michele gemma

 

di Michele Gemma

Ha iniziato con una partitina all’interno di un bar di San Giovanni Rotondo. Con due euro ha ottenuto una vincita di 220 euro. Il guadagno di una settimana di lavoro. Giuseppe, è il suo vero nome,  sin dall’età di 16 anni ha scelto di fare il muratore. “Un lavoro che mi ha sempre affascinato, che richiede sforzo fisico e mentale”, commenta l’uomo malato di gioco d’azzardo. Stesso fascino che ha subito dalle macchinette “mangia soldi”. Che, per un crudele scherzo del destino, lo hanno sedotto con vincite relativamente importanti. “La prima volta che ho buttato i soldi nelle macchinette risale a circa quattro anni fa. Con due miseri euro ne ho vinti oltre 200. Non mi sembrava vero. Io che, da 25 anni, sudo la giornata, avevo in mano 200 euro per il solo fatto di aver schiacciato i pulsanti di un apparecchio elettronico. Tanta era la gioia che lo dissi anche a mia moglie. Andammo a cenare fuori casa. Una cosa che non facevamo da molto tempo. Dai primi anni di matrimonio. Una serata non sudata ma ricca di gioia. Il giorno successivo, prima di andare a lavorare, andai al bar per prendere un caffè. Un lusso che potevo permettermi visto che nella cassa casalinga vi era qualche euro in più.  Incontrai altri lavoratori come me, tra questi un “capo mastro” che conoscevo da molto tempo. Lo inviati a farmi compagnia. I caffè li pagai con una banconota da 5 euro. Ricevendo un resto di 3,20 euro. Soldi che immediatamente andarono a finire in una macchinetta posta all’interno del bar. Non vinsi. Nel pomeriggio, finito il mio lavoro, tornai nello stesso bar. Con l’intento di recuperare i tre euro persi la mattina. Cambiai una banconota da 10 con altrettanti pezzi da un euro. I primi sei euro andarono via come il vento, la settima monetina fu quella fortunata. Centrai il bonus. Per ben nove volte la macchinetta sganciò dalla propria pancia 100 euro. Ogni euro messo dentro corrispondeva a 100 euro di vincita. Avevo in mano uno stipendio: 900 euro. Stavolta, colpito quasi da senso di colpa, non dissi niente a mia moglie. Lo ricordo bene, nonostante la vincita, non riuscii a dormire. Ero eccitato. Sconvolto. La grossa vincita fu l’inizio della fine per me e la mia famiglia. Nei giorni successivi, sicuro del fatto che i soldi che andavo a giocare non erano previsti nel bilancio familiare, buttai all’interno delle slot tutti i 900 euro. All’inizio avvertii una sensazione di leggerezza. In tutti i sensi. Sia delle tasche e che della mente. Il mio lavoro, seppur non abbastanza renumerativo, consentiva, alla mia famiglia, di tirare la carretta dignitosamente. Stipendio che dopo qualche tempo non bastò più.  Il gioco era diventato una malattia. Lavoravo per guadagnare denaro da buttare nella “mangia soldi”. Mia moglie iniziò a girare case per piccoli prestiti. Mio figlio poté andare ad una gita scolastica grazie alla generosità di un’amica di mia moglie. Il matrimonio andò in crisi. Mia moglie minacciò di raccontare tutto ai servizi sociali e ai carabinieri. Ero diventato aggressivo nel linguaggio e scontroso nel rapporto. Mio figlio aveva paura di me. Nel giro di qualche anno , circa tre, mi sono “fumato” oltre 6mila euro. Da qualche mese, grazie anche ad un duro intervento nei miei confronti di un amico di famiglia, ho riallacciato i legami familiari. Appena percepisco lo stipendio consegno l’intera somma, con relativa busta paga, a mia moglie che gestisce il tutto non facendo mancare niente a me e a mio figlio”.

(tratto da una testimonianza reale. Articolo riproducibile solo dopo consenso dell’autore Michele Gemma)

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