Casaleggio Comanda.

casaleggio

di Federico Mello.

Pierluigi Bersani in campagna elettorale diceva: “Noi non faremo un uomo solo al comando” ripeteva l’ex segretario pd. Lo ha detto in ogni piazza, appena una telecamera si accendeva. Il significato di questa frase è chiaro, ed era tutto riferito a Berlusconi. Noi, intendeva Bersani, non faremo come il pdl, il partito azienda, quello che in Parlamento vota compatto. Noi, insomma, sottolineava l’ex candidato premier, siamo un partito vero, plurale, magari diviso ma comunque con una dialettica interna, una democrazia viva tra la varie anime e le varie personalità.

Berlusconi, figuriamoci, non si è mai degnato di rispondergli. Per lui, uomo “del fare”, padrone straricco con in mano la “bomba atomica” delle televisioni, è sempre stato normale disporre del partito come di una sua proprietà, dei suoi uomini come di sue propaggini; naturale per lui, portare i suoi avvocati in Parlamento, far eleggere la donna che “lo amava” al consiglio regionale lombardo. Se guardiamo bene, però, nel nuovo scenario emerso dalle elezioni di febbraio, il proprietario Berlusconi si è dovuto confrontare – come tutti – con una nuova concezione di partito proprietario, una concezione talmente assoluta da far sembrare il centrodestra una democrazia ateniese.

E sì perché, nonostante tutto, Berlusconi in questi vent’anni è dovuto anche essere un federatore. Ha dovuto tenere insieme istanze diverse, l’anima laica del suo partito con quella teo-con; le spinte che venivano dai meridionalisti con quelle dei forza-leghisti; i più accesi fautori dello “stato minimo” con gli statalisti della fu An. Berlusconi, in questi anni, ha dovuto fare dei passi indietro, rimuovere ministri (Tremonti nel 2005), fare delle concessioni (Alfano segretario), inghiottire bocconi amari (lo stop, per dire, alla legge sulle intercettazioni). Non c’è da stupirsi: la politica è mediazione e anche Berlusconi non ha potuto esimersi dal mediare. È una sorte comune ad ogni leader, per ogni partito è valida questa regola. Pensiamo alla Lega, per esempio, divisa tra Veneti e Lombardi; all’Udc, consumatasi nello strappo tra Casini e Follini; ad An, appunto, spaccata tra berlusconiani e finiani. Non parliamo poi del pd che delle divisioni, della dialettica, ne ha fatto un tratto distintivo (nonché una bomba ad orologeria piazzata sotto la sedia di ogni nuovo segretario).

Ebbene, oggi però, in Parlamento, a proposito di “partito proprietario” di “uomo solo al comando”, c’è una novità. È quella, l’avete capito, del Movimento Cinque Stelle. Il movimento rifiuta la delega, quindi non ha quadri intermedi o rappresentanti eletti democraticamente. Il movimento è contrario a sedi fisiche, a sezioni, per cui non ha procedure luoghi deliberativi ne procedure decisionali chiare e condivise. Il movimento, come recita il “non-statuto”, coincide con il blog di Beppe Grillo, gestito dalla Casaleggio ed Associati, che mazzola a destra e sinistra senza mai chiedere a militanti ed eletti un consiglio sulla linea politica, una indicazione sulle strategie da adottare.

Un quarto del Parlamento italiano, insomma, è comandato da un uomo solo: da Beppe Grillo, – ovvero dal megafono di Gianroberto Casaleggio. È un “Casaleggio solo al comando” che non deve mediare con le anime locali (i “pragmatici” emiliani e i “duri e puri” piemontesi), non deve dar conto alle diverse sensibilità (i “dialoganti” con gli “intransigenti”); non deve trovare una sintesi sui valori di riferimento, non ha ceto politico a cui rendere conto dei risultati. Questa situazione porta al marasma che vediamo. Casaleggio si sveglia una mattina, legge un’intervista a Rodotà, e spara a palle incatenate contro quello che era diventato un uomo simbolo del movimento (che diventa “ottantenne scongelato”); si guarda una puntata di Report, Casaleggio, che gli fa i conti in tasca, e minaccia la Gabanelli (“un giorno faremo i conti”).

Può permettersi di dare un colpo a destra (attaccando lo “ius soli”) e uno a sinistra (“reddito di cittadinanza); di gridare ogni due per tre al colpo di Stato, di convocare una insurrezione popolare davanti al Parlamento per poi trasformarla in una “passeggiata di protesta” nel giro di qualche ora. Può, naturalmente, Gianroberto Casaleggio, fare propaganda sul mondo nuovo che avanza, lanciare la sua ideologia belligerante: “Siamo in guerra” (noi “mondo nuovo della rete” contro tutto ciò che ci ha preceduto, e che è morto) e poi organizzare, di punto in bianco, un corso per trasformare i suoi parlamentari fedelissimi in animali da talk show.

Può, infine, Gianroberto Casaleggio, fare ciò che in politica non si era mai visto, che risulta inconcepibile per quella che rimane, comunque, la lotta per la conquista del potere. Ovvero può decidere, come sta facendo in questi giorni, che il suo movimento è cresciuto troppo e troppo in fretta, e che sia meglio un partito al 10 per cento controllato in maniera ferrea, piuttosto che la prima forza politica in Italia nella quale è impossibile contrastare confronto diretto e forze centrifughe.

“Uno vale uno” diceva Grillo fino a qualche mese fa. Ora non lo dice più. Sa anche lui che non avrebbe senso. Il movimento che voleva rifondare la malata democrazia italiana, è diventato fulgido esempio di gestione verticistica del potere. Si nasce rivoluzionari e si diventa caudilli. Peccato, non era scritto che finisse così.

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