Archivio per aprile, 2014

Confessioni di un Finanziere “Incasso Tangenti per lo Stato”

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di Libero Quotidiano

Memorie di un finanziere della polizia tributaria. Si potrebbe intitolare così il sorprendente documento esclusivo che state per leggere. Si tratta della trascrizione, fedele alla lettera, del disarmante sfogo di un disincantato, onesto e preparato maresciallo della Guardia di Finanza, impegnato da diversi lustri nei temutissimi controlli alle imprese. L’uomo, di cui evitiamo di indicare dati anagrafici e curriculum per non renderlo riconoscibile, ha apparecchiato per Libero uno zibaldone di pensieri, suddiviso in capitoletti, sul suo lavoro di tutti i giorni. Che per lui è diventato un tran tran asfissiante, capace di condurlo quasi al rigetto. Il risultato è questa spietata radiografia che stupisce e, in un certo senso, preoccupa di un mestiere che tanto trambusto porta nelle vite degli italiani. Infatti in questo sfogo il militare dipinge le ispezioni delle Fiamme gialle come un ineluttabile meccanismo stritola-imprenditori il cui obiettivo non sarebbe una vera e sana lotta alle frodi fiscali, ma una fantasiosa e famelica caccia al tesoro indispensabile a lanciare le carriere di molti professionisti dell’Antievasione. «Nel nostro lavoro ci sono forzature evidenti, a volte imbarazzanti», ammette con Libero il maresciallo. Che qui di seguito svela retroscena e segreti dei controlli che intralciano ogni giorno il lavoro di centinaia di imprenditori. Una lettura che potrebbe agitare qualcuno e far alzare il sopracciglio ad altri. Ma a tutti deve essere chiaro che non di fiction si tratta e che domani il nostro maresciallo e la sua pattuglia potrebbero bussare alla vostra porta. Preparatevi a leggere il testo di questo finanziere raccolto in esclusiva da Libero.

Ossessione numeri – Dietro alle verifiche ci sono enormi interessi economici: il dato del recupero dell’imposta serve a molti. Sia ai politici che ai finanzieri. Nella Guardia di Finanza il raggiungimento degli obiettivi legittima l’ottenimento dei premi incentivanti e gli stipendi stellari dei generali, che sono decine: uno per provincia, più uno per regione. Nel nostro Corpo esistono vere e proprie task-force che si occupano di fare previsioni di recupero d’imposta e a fine anno queste devono essere raggiunte, come se l’evasione fiscale si basasse su dei budget. Gli operatori sul territorio sono meno di chi elabora questa realtà virtuale, su 64 mila finanzieri siamo circa 4 mila a fare i controlli.

Indietro non si torna – A fine anno i generali chiedono il dato dell’imposta evasa constatata e lo confrontano con quello dell’anno prima. Il risultato non può essere inferiore a quello di 12 mesi prima. Se il dato scende bisogna dar conto al reparto centrale di Roma del perché si siano recuperati meno soldi e il comandante del reparto periferico rischia di vedersi bloccare la carriera. Per questo le nostre verifiche proseguono anche di fronte a evidenti illogicità. I nostri ufficiali parlano solo di numeri e quando hanno sentore di un risultato, magari per una previsione affrettata di un ispettore, corrono dai loro superiori anticipando che da quella verifica potrà venir fuori un certo risultato: a quel punto non si può più tornare indietro. Il verbale diventa subito una statistica, una voce acquisita e ufficiale di reddito non dichiarato. Quando si prospetta un ventaglio di possibilità per risolvere una contestazione si concentrano le energie sempre su quella che porta il risultato più alto. Che sarebbe poco grave se fosse la strada giusta. Ma spesso non lo è. Per la Finanza quello che conta è il dio numero. Il nostro unico problema è come tirarlo fuori.

Per riuscirci c’è un nuovo strumento infernale, la cosiddetta “mediana”, che va di gran moda tra gli ufficiali. La si pronuncia con rispetto e deferenza, anche perché da essa dipende la carriera di chi la evoca. Si tratta di uno studio fatto a tavolino, che stabilisce il valore medio della verifica necessario a raggiungere gli obiettivi, il tetto al di sotto del quale non si può andare. Se capiamo che in un’azienda il verbale sarà di entità inferiore alla mediana, derubrichiamo la verifica a controllo in modo che non entri nelle statistiche ufficiali.

Alla Guardia di Finanza abbiamo uffici informatici che elaborano dati in continuazione. Ma si tratta di numeri “drogati”, come lo sono quelli dei sequestri. Nei magazzini dei cinesi ho visto colleghi registrare alla voce “giocattoli” ogni singolo pallino delle pistole per bambini. Spesso questi servizi si fanno in occasione delle feste natalizie, così passa l’informazione che sul territorio c’è sicurezza.
Con questi numeri i generali si riempiono la bocca il 21 giugno, giorno della festa del Corpo. Lo speaker spara cifre in presenza di tutte le autorità, dei presidenti dei tribunali, dei politici, ecc. ecc. Quel giorno è un tripudio di dati pronunciato con voce stentorea: recuperata tot Iva, scovati tot milioni di redditi non dichiarati, arrestati x emittenti fatture false. Una festa!

Normativa astrusa – La normativa tributaria italiana è talmente ingarbugliata che si presta alla nostra logica del risultato a ogni costo. Per noi è piuttosto semplice fare un rilievo visto che siamo aiutati da questa legislazione astrusa e abnorme, spesso contradditoria e conflittuale. Nel nostro Paese è quasi impossibile essere in regola e per chi lo sembra ci prendiamo più tempo per spulciare ogni carta. Infatti se una norma può apparire favorevole all’imprenditore, c’è sicuramente un’altra interpretabile in maniera opposta. E in questo ci aiuta l’oceanica produzione di sentenze, frutto di un eccessivo contenzioso. Un contratto, un’operazione possono essere interpretati in mille modi e alla fine trovi sempre una sentenza della Cassazione che ti permette di poter fondare un rilievo su basi giuridiche certe. Questo è il Paese delle sentenze.

Analizzando un bilancio, un’imperfezione si trova sempre. Magari per colpa dello stesso controllore che prima dice all’imprenditore di comportarsi in un modo e poi in un altro, inducendolo in errore. Per esempio, su nostro suggerimento, un’azienda non contabilizza più certe spese come pubblicità (deducibili), ma come spese di rappresentanza (deducibili solo in parte). Quindi arriva l’Agenzia delle Entrate e spiega che quelle non sono né l’una né l’altra. A volte succede che qualcuno abbia già subito un controllo, abbia aderito a un condono e, zac, arriviamo noi e contestiamo lo stesso aspetto, ma in modo diverso. Dopo i primi anni nel Corpo non ho più sentito di controlli chiusi con un nulla di fatto e in cui si torna a casa senza aver contestato qualcosa. Alla fine chi lavora impazzisce.

Chi sbaglia non paga – Come è possibile tutto questo? Semplice: perché chi sbaglia non paga, ma anche perché chi sbaglia non saprà mai di averlo fatto. Il motivo è semplice: noi non comunichiamo con l’Agenzia delle Entrate e non sappiamo mai che fine facciano i nostri verbali. Per questo se ho commesso un errore non lo verrò mai a sapere: il nostro è solo un verbale di constatazione, a renderlo esecutivo è l’Agenzia delle Entrate che lo trasforma in verbale di accertamento. Però raramente i nostri colleghi civili bocciano il nostro lavoro, anzi questo non succede nel 99,9 per cento delle situazioni. Si fidano di noi e, anche se sono molto più preparati, nella maggior parte dei casi prendono il nostro verbale e lo notificano, tale e quale, al contribuente. Quello che sappiamo per certo è che i nostri verbali, giusti o sbagliati che siano, diventano numeri e quindi non ci interessa che vengano annullati, tanto non ne verremo mai a conoscenza né saremo chiamati a risponderne. Per noi resta un grosso risultato. E visto che nessuno paga per i propri errori, il povero imprenditore continuerà a trovarsi ignaro in un castello kafkiano fatto di norme e risultati da ottenere.

Imprese sacrificali – Gli imprenditori con noi sono sempre gentili, ci accolgono con il caffè, sopportano di averci tra i piedi per settimane, ma si capisce che vorrebbero dirci: scusateci, ma avremmo pure da lavorare. A noi però questo non interessa: dobbiamo contestargli un verbale a qualsiasi costo e quando bussiamo alla loro porta sappiamo che non hanno praticamente speranza di salvezza. Per contrastare e contestare questa trappola infernale l’imprenditore è costretto a pagare consulenti costosissimi, ma noi rimaniamo sempre sulle nostre posizioni. A volte capita che per provare a difendersi il presunto evasore chiami in soccorso come consulenti ex finanzieri, ma spesso questo non gli evita la sanzione. Anzi.

Negli ultimi anni ho notato una certa arrendevolezza da parte degli imprenditori: dopo un po’ si stancano. Capiscono, e ce lo dicono, che tanto dovranno fare ricorso perché noi non cambieremo idea. Per tutti questi motivi molti di loro costituiscono a inizio anno un fondo in previsione della visita della Finanza. Sono coscienti che qualcosa dovranno comunque pagare.

Chi fa veramente le grandi porcate, chi apre e chiude partite Iva, emette false fatture o costituisce società di comodo magari alle Cayman è molto più veloce di noi e per questo non lo incastriamo, mentre azzanniamo quelli che operano sul territorio e che sono regolarmente censiti nelle banche dati. Alla fine lo Stato colpisce sempre i soliti noti. Non è una nostra volontà, ma dipende dal fatto che non abbiamo risorse per fare la vera lotta all’evasione e in ogni caso dobbiamo fornire dei numeri al ministero per poter legittimare la nostra esistenza come istituzione. Anche in Europa.

Tangente di Stato – L’imprenditore, se accetta la proposta di adesione al verbale entro 60 giorni, paga solo un terzo di quanto gli viene contestato e spesso salda anche se non lo ritiene giusto, per togliersi il dente ed evitare ricorsi costosi (a volte più dei verbali) e sine die. In pratica accetta di pagare una tangente allo Stato. Agli imprenditori i ricorsi costano molto e se la commissione provinciale, il primo grado della giustizia tributaria, dà ragione allo Stato, l’imprenditore prima di ricorrere alla commissione regionale, il secondo grado, deve pagare metà del dovuto. Per questo chi lavora spesso preferisce chiudere la partita all’inizio, pagando un terzo.

Giustizia da farsa – Il contradditorio tra Guardia di Finanza e imprenditori durante le verifiche è una farsa, perché ognuno rimane sulla propria posizione, ma va fatto per legge. Nel contradditorio gli imprenditori non hanno scampo: quel numero, quell’ipotesi di evasione, ormai è stato venduto e non può più essere ridimensionato. È entrato nel sistema e nelle nostre statistiche. A noi non interessa se magari dopo anni quel verbale verrà annullato e non avrà prodotto alcun introito per lo Stato.

Le cose non vanno meglio con la giustizia tributaria, gestita da commissioni composte da avvocati, commercialisti, ufficiali della Finanza in pensione che fanno i giudici tributari gratuitamente giusto per fare qualcosa o per sentirsi importanti. È incredibile, ma in Italia il sistema economico-finanziario viene affidato a un servizio di “volontariato”.

La verità è che un tale esercito di volontari senza gratificazioni economiche non se la sente di cassare completamente il lavoro di finanzieri e Agenzia delle Entrate e l’imprenditore qualcosa deve sempre pagare. Difficilmente questi giudici per hobby danno torto allo Stato.
L’assurdità è che vengono pagati 30-40 euro per motivare sentenze complesse che hanno come oggetto verbali da milioni di euro, scritti da marescialli aizzati dal sistema.

Formazione assente – Il nostro vero problema è la mancanza di specializzazione di un Corpo che cerca di riscattarsi nel modo sbagliato, provando a portare a casa grandi risultati, sebbene “storti”. A volte l’ignoranza aiuta a far montare un rilievo che non sta né in cielo né in terra. Sulla nostra formazione non ho niente da dire, perché non esiste. Eppure dobbiamo confrontarci con specialisti agguerriti, leggere documenti in lingue straniere, e la gran parte di noi non sa una parola in inglese. Non ci forniscono nemmeno i codici tributari aggiornati, mentre spendono milioni per farci esercitare ai poligoni, visto che siamo inspiegabilmente ancora una polizia militare, come solo in Equador e Portogallo. Un commercialista lavora 12 ore al giorno e si forma continuamente. Dall’altra parte della barricata c’è gente come noi che non vede l’ora di scappare via dall’ufficio, dove spesso non ha neppure a disposizione una scrivania o la deve condividere con altri colleghi. In questo modo il lavoro diventa l’ultimo dei pensieri. I più bravi vanno in pensione appena possono, per riciclarsi come professionisti al soldo delle aziende. Ci vuole una fortissima motivazione per studiare una materia terribile come il diritto tributario. Avvocati e commercialisti trovano gli stimoli nelle parcelle, da noi un maresciallo con vent’anni di servizio guadagna 1.700 euro. Gli incentivi li dobbiamo trovare dentro di noi, magari pensando di sfruttare il sistema per trovare un altro lavoro. È illogico che un mestiere così delicato, dove si contestano milioni di euro d’evasione, sia affidato a gente sottopagata e impreparata. L’unico modo di tenersi aggiornati è quello di studiare a proprie spese, pagandosi master e corsi. Purtroppo la formazione è costosissima e spesso ci rinunciamo. È chiaro che un sistema del genere presti il fianco al rischio della corruzione.

In più bisogna considerare che per noi le verifiche sono particolarmente rischiose. In base alla mia esperienza non le facciamo con la giusta professionalità, possiamo commettere errori in buona fede, essere invischiati in fatti che neanche capiamo. Per esempio alcuni di noi sono stati accusati di aver ammorbidito un verbale per un tornaconto, in realtà lo avevano fatto per ignoranza e per questo ora quasi nessuno vuole più fare questo tipo di lavoro.

Risorse all’osso – I nostri capi hanno budget di spesa sempre più ristretti. Nonostante ciò ogni ufficiale deve portare a casa i risultati con i soldi e le pattuglie che ha. Risultati almeno uguali a quelli dell’anno precedente. A causa di questa mancanza di mezzi siamo costretti a portare via dalle aziende penne, risme di carta, spillatrici. E secondo me gli imprenditori se ne accorgono, ma non dicono nulla per compassione.
Onestamente gli ufficiali non sono responsabili di questa penuria di risorse, visto che i fondi destinati alla lotta all’evasione vengono decisi dai politici. Ma la frustrazione dei nostri superiori viene compensata da ottimi stipendi personali che lievitano grazie ai risultati conseguiti. Cosa che ovviamente non succede a noi.

Nel nostro lavoro, la mattina, ammesso che trovi una macchina libera, devi prima fare car-sharing e accompagnare diversi colleghi ai reparti, quindi ti restano due o tre ore per fare visita a un’azienda. Quando rientriamo da una verifica il nostro principale problema è segnare sul registro quanti chilometri abbiamo fatto e quanta benzina abbiamo consumato. Arriveremo al paradosso di fare le verifiche in ufficio a contribuenti trovati su Google.

Lontani dalla realtà – I nostri vertici sono lontani dalla realtà, sono convinti che noi facciamo “lotta all’evasione”. C’è una distanza siderale tra chi sta in trincea, come me, e chi vive nei salotti. Un maresciallo può parlare solo con il tenente e non con i gradi superiori. Il nostro messaggio viene filtrato e arriva al vertice completamente distorto. Nel nostro sistema militare non conta quello che pensi del tuo lavoro, ma il grado che hai sulle spalle. L’ufficiale non va a riferire al superiore se l’ispettore gli ha detto che un controllo potrebbe non portare a niente. Al contrario insinua nei vertici la speranza che un risultato arriverà. E così chi va in giro per aziende deve ingegnarsi per trovare il cavillo che porti al risultato, solo per sentirsi dire bravo o per una pacca sulla spalla. L’animo umano si accontenta di poco. In questa catena di comando in cui tutti devono fare carriera non sono ammessi dubbi od obiezioni, l’informazione reale resta a valle, al generale arriva quella virtuale, il famoso “numero”. In nome del quale vengono immolati molti evasori virtuali.

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Credito: sofferenze bancarie in progressiva crescita

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Di Tendenze&Mercati

Il peso delle sofferenze bancarie in continua crescita è legato ai grandi prestiti che difficilmente vengono rimborsati. Su oltre 162 miliardi di euro complessivi (a febbraio 2014) di rate non pagate, 107 miliardi (66,1%) si riferisce a finanziamenti di grandi dimensioni (superiori a 500.000 euro), mentre 54,9 miliardi (33,9%) si riferisci a crediti minori (da 250 a 500.000 euro). In una platea di oltre 1,2 milioni di clienti “affidati” e in ritardo, cioè con prestiti, su appena 457 soggetti, in particolare, pesano sofferenze per 20,3 miliardi. E’ quanto emerge da un’analisi del Centro studi Unimpresa. Secondo lo studio, realizzato su dati della Banca d’Italia, guardando alla platea dei soggetti debitori, su 1.224.438 clienti in difficoltà con le rate, sono 47.876 (3,91%) quelli su cui pesa il 66,1% delle sofferenze (quelle relative ai finanziamenti maggior di 500.000 euro) mentre le sofferenze relative ai prestiti minori (fino a 500.000 euro) sono distribuite su 1.176.562 soggetti.

La prima fascia di prestiti, da 250 euro a 500.000 euro, è quella relativa a crediti per famiglie e piccole imprese. Per i prestiti fino 30.000 euro, i clienti in difficoltà sono 775.412 (63,3%) per un ammontare di sofferenze bancarie pari a 7,1 miliardi (4,4% del totale). Per i prestiti fino a 75.000 euro, i soggetti in ritardo sono 162.755 (13,3%) e le sofferenze corrispondono a 7,7 miliardi (4,8%). Per i prestiti fino a 125.000 euro, i clienti che rimborsano a fatica sono 87.559 (7,2%) e le sofferenze corrispondenti ammontano a 4,4 miliardi (5,2%). Quando i prestiti arrivano a 250.000 euro, si trovano in ritardo nel rimborso delle rate 108.053 soggetti (8,8%) e le relative sofferenze sono 18 miliardi (11,1%). Nella fascia successiva, che arriva a 500.000 euro di credito accordato, i clienti in difficoltà sono 42.783 (3,5%) e le sofferenze corrispondo a 13,5 miliardi (8,4%).

Poi si sale nella seconda fascia di prestiti, da 500.000 euro in su. Si tratta per lo più di affidamenti per medie e grandi imprese. Fino a 1.000.000 di euro, i soggetti sono 21.871 (1,8%) e le sofferenze 13,6 miliardi (8,4%). Fino a 2.500.000 euro i clienti sono 15.626 (1,3%) e le sofferenze 21,3 miliardi (13,2%). Fino a 5.000.000 di euro, i clienti sono 5.772 (0,5%) e le sofferenze 17,5 miliardi (10,8%). Fino a 25.000.000 di euro, i clienti sono 4.150 (0,3%) e le sofferenze 34,2 miliardi (21,1%). Oltre 25.000.000, i clienti sono appena 457 (0,1%) e le sofferenze 20,3 miliardi (12,5%).

“L’analisi del nostro Centro studi dimostra che la questione delle sofferenze bancarie è particolarmente complessa. Probabilmente sarebbe opportuno che le banche valutino il merito di credito sulla base di progetti e prospettive delle imprese e non solo sui bilanci. Serve maggiore attenzione e subito un confronto con le associazioni di categoria interessate: si apra un tavolo permanente” ha dichiarato Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa. Unimpresa.it

Selvaggia Lucarelli analizza il programma pomeridiano di “Belen”.

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Selvaggia Lucarelli.

Perchè la petizione per cacciare Belen da Italia1 è una boiata. Il mio pezzo su Libero di oggi.

Voi forse non ve ne siete accorti, ma c’è una parte del paese che dibatte su una questione fondamentale. No, non su come sia possibile che Icardi e Lopez litighino per una tizia che in testa ha più extension che materia grigia. Non sul perché da Schettino al coreano, ormai gli uomini investiti di un qualsiasi ruolo, da marito a capitano, scappino pure prima che affondi il sapone nella vasca da bagno. Non sul perché Renzi metta all’asta le autoblu e non il parco macchine di Lapo Elkann. Una parte del paese chiede a gran voce che il nuovo programma pomeridiano con Belen Rodriguez, “Come mi vorrei”, chiuda i battenti. E lo fa mediante una petizione su change.org, che poi è il sito in cui la gente chiede di sopprimere qualsiasi cosa, dall’Aci, alle tasse, ad Antonio Razzi, alle suocere sopra i sessant’anni. La paladina della battaglia contro la Rodriguez è tale Camilla Bliss, una ventenne padovana molto carina che nel giro di pochi giorni ha raccolto ben trentamila sostenitori pronti a chiedere che il piccolo Santiago venga affidato agli assistenti sociali se quell’individuo socialmente pericoloso che risponde al nome di Belen Rodriguez, non smetterà di dare consigli in tv su come ci si debba agghindare per piacere di più a se stesse e agli uomini. L’accusa che la padovana muove al programma è quello di essere maschilista, pieno di stereotipi e di spingere le ragazze ad omologarsi ad un’immagine stabilita dalla società, senza tener conto dell’individualità di ciascuno, tanto che il programma, secondo lei, dovrebbe chiamarsi “Come mi vorreste voi”.
Mi permetto di spiegare un paio di cose alla signorina Camilla, che, seppure piena di ottime intenzioni, non ha capito alcune cose.
Tanto per cominciare, il programma ha un nome azzeccatissimo, che ha un’ origine ben chiara: un mese fa un autore s’è seduto davanti alla scrivania, s’è domandato “Come mi vorrei?”, poi s’è risposto “A capo di un programma uguale a quello della Balivo!” e da qui la genesi del titolo. Per il resto, sul fatto che il programma rischi di lanciare messaggi distorti alle adolescenti le quali di fronte alla bellezza di Belen potrebbero sentirsi inadeguate o che i consigli di Belen siano sessisti, superficiali e potenzialmente pericolosi, mi sentirei di tranquillizzare tutti. Ho visto una puntata del programma e al contrario, mi sento rincuorata. Intanto, perché ci vestiamo tutte mediamente meglio di Belen Rodriguez pure per andare a buttare l’umido sotto casa, per cui l’autostima di un’adolescente dovrebbe sentirsi rinvigorita. L’ho vista ergersi a icona di stile con delle poverette in jeans e maglietta che la guardavano basite, fasciata in vestiti con un punto di fucsia che sarebbe troppo pure per la coda di un Mini Pony. E poi, soprattutto, l’ho vista più insicura e impacciata davanti alla telecamera di un’adolescente media davanti al figo del liceo. Altro che cancellarlo, questo programma. Dovrebbero mandarlo a reti unificate come il messaggio del presidente a Capodanno. Una donna lo vede e in fondo si vuole un po’ più di bene. In fondo capisce che anche Belen ha i suoi limiti e che Belen nel ruolo di tutor è credibile quanto Claudia Galanti nel ruolo di presidente della Fiom. Insomma, capisce che del tutor avrebbe bisogno Belen, anche se è bella come il sole, mica un’adolescente racchia. Un tutor che le insegni a non sgranare perennemente gli occhi a mo’ di cerbiatto evirato di fronte alle indimenticabili rivoluzioni estetiche che si compiono nel suo programma, anche perché l’andazzo è solitamente il seguente:
una tizia con i polpacci di Javier Zanetti arriva prudentemente in jeans e tenuta casual, ma viene convinta del fatto che con una gonna e un tacco sarà più slanciata. Il risultato sarà che nel vederla agghindata da gnocca imperiale Belen e parenti vari fingeranno uno stupore misto a gioia, ma quando la tizia uscirà dallo studio , riceverà un cross da Hernanes. Poi. Da questo programma risulta evidente che nel ruolo di spalla in tv Belen è simpatica e spigliata, ma nel ruolo di conduttrice incaricata di psicanalizzare i giovani e di impartire consigli su come elaborare insicurezze varie, la Rodriguez è davvero imbarazzante. Epico il suo commento a una ragazza dall’aria vagamente emo/dark, alla quale consiglia vivamente di cambiare look perché “se ti vesti così è normale che PRELEVI (testuale) commenti cattivi, io se tu passi per strada vestita così una battuta con le mie amiche te la faccio”. Peccato non essere stati lì per dirle “anche quando passa De Martino per strada con i jeans skinny da Campanellino io una battuta con le amiche la faccio!” e che magari il tutor potrebbe cominciare col farlo tra le quattro mura di casa, ma la verità è che questa devastante inadeguatezza di Belen in “Come mi vorrei”, la rende finalmente umana. E’ bella, non balla (quello lo fa il marito) e non sa dare consigli. E la petizione non serve a nulla. Il programma non fa male a nessuno. Solo alla sua carriera. Perché Belen è sì un animale da palcoscenico, ma una farfallina, non il grillo parlante.

Lampedusa e sbarchi. Il nuovo pozzo di petrolio.

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di Matteo De Vita

 

Appena eliminato il reato di clandestinità Lampedusa è stato immediatamente classificato nuovamente come meta da raggiungere da parte dei trafficanti di clandestini che oramai hanno raggiunto un fatturato record che oltrepassa i 2 miliardi di euro. E cosa fanno? Quello che si raccoglie a livello di testimonianze è disastroso: prendono vecchi ammassi di legno, gli infilano un motore fuoribordo e caricano semplici esseri umani alla volta dell’America democratica cioè Lampedusa. É diventato nuovamente un giro spaventoso fatto di spese sanitarie, navi, servizi che attingono dalla cosa pubblica a danno per la maggiore dei cittadini italiani che oltre ad un debito pubblico di 2.100 Miliardi devono finanziare anche tutto questo scempio.
Alfano da grande gladiatore dichiara che Lampedusa dovrebbe diventare il portone d’Europa. Vi siete chiesti mai il perchè? vi rispondo subito: clandestini oggi significa denaro liquido che dai trafficanti passa per i mediatori che a loro volta girano anche alla politica.
In allegato trovate da fonti attendibili le descrizioni dei drammi, che non sono altro che denaro contante che arriva in Italia.
(Fonte il messaggero)
Tra tutti gli sbarchi di Lampedusa si scopre adesso che ci sono anche gli scafisti. Gli investigatori stanno indagando, infatti, su tre persone – due tunisini e un algerino che conosce l’italiano – unici magherebini presenti sull’imbarcazione piena di soli siriani. A indurre gli investigatori a ritenere che sul legno di 12 metri ci fossero persone esperte, alla guida è proprio la destinazione di arrivo dell’imbarcazione: il molo Favaloro dove sono ormeggiate le motovedette della guardia costiera e della finanza. I migranti hanno atteso l’arrivo delle Fiamme gialle rimanendo in banchina. Gli investigatori sospettano che dietro gli sbarchi possano esserci dei basisti, a Lampedusa, che danno informazioni all’organizzazione che gestisce il racket degli esseri umani. Circostanza che potrebbe essere confermata da un intercettazione agli atti dell’indagine sul naufragio del 3 ottobre, tra alcuni tunisini e alcuni libici. Nella telefonata gli interlocutori si scambiano informazioni su partenze e arrivi dei pescherecci.
Un barcone con 150 migranti – Nella mattinata di oggi, lunedì, un motopesca con a bordo oltre 150 migranti di diversa etnia è approdato al porto di Lampedusa. L’imbarcazione non era stata avvistata in precedenza ed ha raggiunto senza problemi il molo della maggiore delle Pelagie. Tra gli extracomunitari ci sono anche donne e bambini, tutti in buone condizioni di salute. I migranti, assistiti al loro arrivo da forze dell’ordine e volontari, sono stati trasferiti al centro d’accoglienza di Contrada Imbriacola già stipato con un migliaio di ospiti.
Il nuovo tragico bilancio: 365 vittime nei naufragi – Intanto si cerca di tracciare il bilancio dei naufragi del 3 ottobre e dell’11 ottobre. Un altro corpo è stato recuperato dai sommozzatori nella acque antistanti l’isola dei Conigli a Lampedusa dove il 3 ottobre scorso è naufragato un barcone con oltre 500 persone. Con l’ultimo recupero il bilancio ufficiale e provvisorio sale a 365 vittime. Continua inoltre la ricerca dei superstiti dell’altro barcone naufragato a largo delle coste maltesi, dove ci sarebbero stati almeno 188 morti. Secondo i racconti di alcuni sopravvissuti a bordo ci sarebbero state almeno 400 persone tra cui molte donne e bimbi. I superstiti sono 212. I cadaveri recuperati, 38. Mancherebbero all’appello, quindi, circa 150 persone. Se la cifra fosse reale nei due naufragi del 3 ottobre a Lampedusa e dell’11 ottobre a Malata sarebbero morte oltre 552 persone.
L’esodo delle bare – Intanto, anche oggi proseguiranno le operazioni di trasferimento delle bare con le spoglie delle vittime del naufragio dello scorso 3 ottobre. Ieri hanno lasciato l’isola, alla volta di Porto Empedocle, le prime 150 casse imbarcate sulla nave “Cassiopea”. Stamani la nave “Libra” ne caricherà altre salpando alla volta del porto agrigentino.
(fonte sky tg24)
E’ ininterrotto il flusso migratorio verso le coste siciliane. Altri 595 immigrati sono stati soccorsi nel Canale di Sicilia in tre diverse operazioni coordinate dalla Guardia costiera. Il gruppo più numeroso, di 398 persone, è stato condotto a Lampedusa. Nella stessa isola sono approdai altri 111 che erano su un gommone, mentre 86 sono stati condotti a Porto Empedocle (Agrigento). Sommando a questi i 181 sbarcati la scorsa notte nel porto di Siracusa, sono in totale 776 i profughi giunti in Sicilia nelle ultime 12 ore.
Al centro d’accoglienza di contrada Imbriacola, a Lampedusa, si trovano al momento 1.250 persone, a fronte di una capienza massima prevista per 350.

I soccorsi – Il gommone con i 111 a bordo è stato segnalato da uno straniero con una telefonata alla centrale operativa della Guardia costiera, cui ha fornito il numero del telefono satellitare di uno dei passeggeri. Questo ha permesso di localizzare il natante, verso il quale è stato dirottato il mercantile italiano “Valpadana” per fornire la prima assistenza, in attesa dell’arrivo di due motovedette salpate da Lampedusa, dove sono rientrate dopo aver imbarcato i profughi, tutti in discrete condizioni di salute.
Un grosso peschereccio che trasportava 398 persone è stato individuato a 78 miglia da Lampedusa dopo che uno dei passeggeri aveva chiesto aiuto con un satellitare, e raggiunto da un’altra motovedetta della Guardia costiera e da un pattugliatore della Guardia di finanza, che lo hanno scortato nel porto dell’isola.
La terza imbarcazione su cui viaggiavano 86 profughi è stato segnalato da una telefonata alla Guardia Costiera di Palermo e soccorso dalla nave “Vega” della Marina militare, che ha preso a bordo gli 86 migranti e si è diretta a Porto Empedocle.

Altre due imbarcazioni da soccorrere – Nella mattinata di mercoledì 25 settembre la Capitaneria di porto di Palermo ha ricevuto la richiesta di soccorso da un telefono satellitare di un profugo su gommone alla deriva. Sul punto è stato dirottato il mercantile “Patria”, che ha preso a bordo i migranti per poi navigare verso Trapani. Ma prima che arrivasse, è stato segnalato un altro natante di immigrati in difficoltà e lo stesso “Patria” ha virato per raggiungerlo.

 

 

Il settore immobiliare è ufficialmente fallito

 

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di Matteo De Vita

Durante il 2013 il controvalore delle compravendite immobiliari ha raggiunto ormai la metà di quanto si realizzava in epoca pre-crisi ovvero fine del 2007: in termini percentuali il 2013 si è chiuso con un calo di oltre dieci punti percentuali sulla precedente rilevazione del 2012. Nessuno si è salvato, tutte le tipologie immobiliari sono state colpite: residenziali, commerciali e produttive. In televisione non se ne parla per ovvie pressioni ed ingerenze lobbistiche, ma su scala nazionale dopo i suicidi per vessazione fiscale e bancaria, dopo l’andamento inarrestabile della disoccupazione giovanile, dopo le chiusure a gògò di piccole e medie imprese private, sarebbe il caso di dedicare qualche riflessione al futuro del mercato immobiliare italiano recitando qualche novena. Chi lavora nel settore parla di una salutare correzione, chi invece lo guarda da analista esterno dovrebbe utilizzare il termine scomodo di crollo a tutti gli effetti, crollo che sembra inarrestabile. Quest’ultimo non riguarda solo il prezzo medio di vendita, ma anche il deterioramento di quelle le condizioni di mercato che un tempo consentivano la negoziabilità di una compravendita immobiliare: ad esempio ormai è fuori controllo lo spread tra il prezzo richiesto in vendita ed il primo prezzo genuino disponibile sul mercato da parte di potenziali acquirenti.
L’investimento immobiliare è stato un motore di performance che ha consentito la sedimentazione di patrimoni su patrimoni nei precedenti decenni per le generazioni di italiani che investivano unicamente in titoli di stato ed in immobili residenziali a reddito. Ora tutto questo si è trasformato in un incubo. Chi ha ereditato o ha investito negli anni prima in immobili in Italia si trova nell’impossibilità di smobilizzare il proprio patrimonio, in certi casi nemmeno con i nuovi valori di mercato, ampiamente a sconto rispetto ai valori del 2007. L’investimento immobiliare in proprietà all’estero invece sembra non conoscere crisi, negli ultimi sette anni il volume delle compravendite è quasi raddoppiato arrivando ad oltre 42.000 unità: questo è stato dovuto proprio dalla volontà di migliaia di italiani che diversamente dagli anni prima non hanno comprato la casa all’estero solo come residenza vacanziera o solo come immobile da investimento, ma proprio come prima casa per scappare da un paese ormai in declino industriale ed economico.
Alcune professioni in Italia legate a questo settore prese nella loro generalità non hanno alcun possibile futuro, se non una lenta ed inesorabile terminazione: architetti, geometri, piccoli costruttori e soprattutto agenti immobiliari. Consiglio loro di iniziare quanto prima ad imparare un altro mestiere o provare a riciclarsi all’estero. E ve lo dice chi ha un padre che è stato parecchio presente nella scena immobiliare come piccolo costruttore.

Se questa strada fosse stata percorsa adesso almeno gli istituti bancari potrebbero riprendere ad erogare con maggiore frequenza e più disinvoltura conferendo quindi più impulso di mercato e vivacizzando la domanda. Sarà tuttavia proprio la demografia del paese l’elemento esogeno destinato a creare un protrarsi a tempo indefinito della depressione e sui prezzi del mercato immobiliare: questo principalmente a causa dei flussi di immigrazione extracomunitaria, privi di politiche meritocratiche all’ingresso, che generano fenomeni di ghetizzazione o peggio degrado immobiliare, i quali continueranno a impattare sul valore delle unità immobiliari siti in contesti strategici come i centri storici o le aree ad edilizia popolare. La Commissione Europea ha annunciato la scorsa estate che i meccanismi di previdenza sociale necessitano di oltre 11 milioni di extracomunitari nei prossimi dieci anni in modo tale da compensare la bassa natalità europea. Mentre agli immobili ad uso commerciale e produttivo ci penserà l’accentuarsi del declino produttivo, foraggiato e sostenuto da un immobilismo politico che continua a preservare un apparato di stato parassitario e vessatorio.

L’importanza del mercato immobiliare potrebbe raggiungere nuovamente il suo livello di competitività riequilibrando le erogazioni delle banche attraverso flussi più frequenti di erogazione ma nello stesso tempo rivisitando le regole di emissione dei mutui che dovranno essere più elastiche e monitorate attraverso meccanismi di meritocrazia e esigenze di territorialità.

Francesco Farfa. Gemello di “Lealtà & Dovere”.

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di Matteo De Vita

A volte quando si esce con gli amici, ci si ritrova a parlare di passioni e di musica come compagne delle nostre giornate. Un esempio che si ripercuote da anni nelle mie conversazioni quando si fa accenno alle consolle di livello è Francesco Farfa. Tutti i deejay che hanno percorso una certa strada nella loro formazione portano tutti con se i vari esempi da seguire. É molto importante dire questo perchè fino a 15 anni fa il proprio idolo della consolle veniva idolatrato per la sua performance dietro la consolle ed il suo disegno musicale proposto in discoteca facendo riferimento alla sua bravura tecnica e d’approccio al giradischi; ai giorni d’oggi invece è ben diverso: si riconoscono gli idoli da seguire in base alle manovre di marketing effettuate dai soliti “manager di agenzia” che vendono fumo negli occhi distribuito in massa e ingannando gli ignari frequentatori delle discoteche che, ricordiamolo, comprano un prodotto falso deciso dal mercato, invece che un prodotto vero deciso dalle persone attraverso tutta una miriade di selezioni e di indagini di mercato.

Tenendo presente questo concetto, in quanti delle nuove generazioni conoscono un deejay (giovane anche) come Francesco Farfa? Provate a farvi questa domanda. Bhè per chi ne sa poco e meglio ancora per chi è schiavizzato alle informazioni che il mercato fa passare per buone vendendo balle, oggi voglio mettere in evidenza un deejay, Farfasound che ancora oggi è un prodotto del mercato, forse poco considerato perchè Francesco Farfa è un esempio di Lealtà & Dovere e tiene alta la dignità della nostra storia, quella del deejay, non vendendosi al sistema ipocrita che oramai è sopraggiunto negli ultimi anni.

Delinearvi le qualità tecniche di Francesco Farfa dietro la consolle sarebbe poco rilevante per molti; invece no, io parto proprio da quelle perchè un deejay di qualità lo si riconosce proprio dall’aspetto tecnico e musicale riproiettato dietro la consolle. E’ proprio quello che succede nel 1990 al nostro Farfasound che viene immediatamente collocato in una realtà importante per le sue qualità tecniche al mix e l’unificazione dei suoni. Basta vedere il materiale che si trova in rete per capire il livello di qualità musicale ma soprattutto la passione che viene fuori tra un disco e l’altro.

In molte occasioni, durante il mio percorso musicale e artistico, ai tempi dei campionati nazionali ho seguito Francesco e mi incuriosiva cercare di capire quale fosse il suo pregio migliore ma soprattutto con quale elemento riesce ad avere, durante i suoi set, ancora oggi, una marcia in più; l’unica risposta vera che mi son potuto dare è la seguente: “passione e coerenza”. Adesso voi potreste dirmi: “tutti i deejay svolgono il proprio set con passione”; La mia risposta è: assolutamente si; bisogna però saper distinguere i vari livelli di passione: oggi quello che io vedo in molti artisti “venduti per buoni” è una classificazione della parola passione; difatti definisco un buon 80% degli artisti presenti sul mercato nel nostro settore come appassionati in modo forzato riferendomi alle grandi spinte dall’alto che molti artisti hanno solo perchè raccomandati da un sistema; e naturalmente poi esistono gli appassionati veri come “Farfasound” su cui basta far riferimento al percorso artistico, fatto di gavetta e di ore e ore di giradischi per capire quale sia la vera qualità artistica e musicale che un deejay dovrebbe possedere. 

A questo proposito voglio ricordare che 20 anni fa, Francesco Farfa veniva messo in evidenza da riviste come DJ Mag oppure Update o ancora Muzik per le sue reali capacità e bravura e non perchè i suoi manager spingevano come avviene oggi prodotti di cui nulla sappiamo e che sono discutibili su ogni aspetto. Come mai oggi per guadagnare la prima pagina di una rivista importante conta il portafoglio e non la bravura?

É vero lo so, sto miscelando (giusto per restare in tema) dei concetti che rientrano in un arco temporale di 20 anni in cui sono cambiate un sacco di cose e di situazioni (in peggio). Quello che voglio farvi capire è l’assoluta falsità di questo settore che negli anni ha portato in quarantena i prodotti veri (cioè i deejay di livello) per posizionare sul mercato prodotti falsi che come burattini alle dipendenze del sistema si prestano in opere e situazioni mai viste.

Cosa centra tutto questo con Francesco Farfa? Ogni deejay di livello come Francesco Farfa che non si è venduto ad un sistema centra con questi discorsi. Innanzitutto va precisato per i molti che non hanno ancora assimilato le terminologie che per deejay si intende avere perfetta destrezza e capacità nella miscelazione di brani sui quali passaggi lo strumento fondamentale che ne fa da padrone è il giradischi. Tutti quelli che ancora oggi o perchè schiavi della tecnologia o perchè non sanno cosa sia un giradischi si vendono sul mercato come deejay professionisti non avendo neanche la conoscenza di un giradischi e di tutte le fasi da gavetta che bisogna vivere per poi definirsi deejay di livello, sono dei falsi ipocriti e millantatori da consolle.

L’attuale mercato ha completamente offuscato i concetti e le verità: in una intervista Francesco Farfa ha delineato un concetto che riguarda la sua storia nel delineare come la vera carriera di un deejay vada intrapresa passo per passo; disse testuali parole: ho iniziato in una piccola discoteca di pomeriggio, fino ad arrivare poi alla disco di paese più importante, poi a quella della provincia più importante e poi pian piano sono cresciuto e sono stato richiesto per realtà più importanti; ecco amici, questo è il perfetto esempio di gavetta artistica che ancora oggi un deejay dovrebbe seguire prima di giocare in serie A. Ora la domanda parte spontanea: come mai esistono dei personaggi che balzano dalla cameretta alle consolle più importanti d’europa? Lascio a voi le risposte. 

Concludendo questa mia nuova testimonianza che delinea un perfetto esempio da seguire come Francesco Farfa (maestro in consolle) voglio lasciarvi con un concetto presente nella sua biografia che condivido: Francesco Farfa immagina i set come esperienze ultraterrene, in cui prendere per mano l’ascoltatore e trascinarlo verso le scoperte più disparate, a volte celestiali, a volte brutalmente terrene. Come dovesse ogni volta superare un Acheronte, Farfa punta tutto sulla creazione di un ponte fra sè e il pubblico, influenzandolo, guidandolo, ma recependo anche le sue volontà, spingendosi un passo oltre, rischiando, mettendosi in discussione.

Uno stato quasi ipnotico che permette, all’audience come a lui, di sublimare insieme verso territori inesplorati.

Cari sostenitori, con questo cerco di farvi capire che il nostro settore, seppur con tutte le problematiche che cercheremo di risolvere, rimane la miglior passione di tutti i tempi. Un deejay quando non suona, viaggia sempre in compagnia della musica e si nutre di essa.

Come sempre, fatevi delle domande e datevi delle risposte.

 

Dal 1 aprile estratto conto nel mirino: dati bancari vanno al Fisco

EFSF - Downgrading

di Matteo De Vita

Nessuna sorpresa. Come previsto dal 31 marzo scorso le banche e intermediari finanziari hanno inviato alla Super anagrafe del Fisco i dati riguardanti i movimenti bancari del 2012, completando le operazioni avviate il 1° febbraio. L’infrastruttura tecnologica che abbatte la privacy dei nostri conti correnti si chiama Sid (Sistema di interscambio) e consente di automatizzare le procedure di trasmissione con meccanismi di estrazione, composizione, compressione e cifratura dei dati. Sid dunque è la chiave che apre definitivamente le porte delle banche al fisco. La trasmissione dei dati segue questo calendario: prima tappa entro il 31 ottobre 2013, tutti i rapporti attivi nel 2011; seconda tappa entro il 31 marzo 2014, tutti i rapporti attivi nel 2012. A regime, gli operatori finanziari dovranno effettuare la comunicazione annualmente e trasmetterla entro il 20 aprile dell’anno successivo a quello al quale sono riferite le informazioni. Insomma per il Fisco non ci saranno più segreti. Ma cosa verrà comunicato dalle banche all’Agenzia delle Entrate?

Cosa sarà comunicato – Dovranno arrivare al fisco i dati identificativi di ciascun rapporto con una persona fisica o giuridica contraddistinta da un codice univoco e i saldi o i valori al 1° gennaio e al 31 dicembre dell’anno di riferimento. Come racconta Qui Finanza, più in dettaglio, i principali rapporti e dati che dovranno essere inviati all’Agenzia delle Entrate sono: Conti correnti o conti deposito con relativo saldo contabile d’inizio e fine anno e importo totale addebiti e accrediti nel corso dell’anno. Deposito titoli: controvalore dei titoli rilevato contabilmente alla fine dell’anno di riferimento e del precedente, l’importo totale degli acquisti di titoli, fondi ecc. effettuati nel corso dell’anno e l’importo totale dei disinvestimenti. Carte di credito o di debito ovvero l’ utilizzo del plafond di spesa alla fine dell’anno e del precedente, importo totale degli acquisti effettuati e, nel caso di carte prepagate, l’importo totale delle ricariche o delle carte acquistate. Fondi comuni di investimento con l’ammontare del contratto di gestione, importo totale delle sottoscrizioni di quote nell’anno e dei rimborsi. Certificati di deposito e buoni fruttiferi: totale degli importi facciali, importo totale delle accensioni e delle estinzioni nel corso dell’anno (escluse quelle transitate su un deposito titoli). Cassette di sicurezza: numero degli accessi nel corso dell’anno. Compravendita di oro e metalli preziosi: valore totale degli acquisti e delle vendite. Operazioni extra-conto: valore complessivo. Sono escluse le operazioni tramite conto corrente postale di importo unitario inferiore a 1.500 euro.

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