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Patrizio Erca. PERCHE’ VOGLIONO TOGLIERE EQUITALIA?

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di Patrizio Erca

Cari amici, questa che vi sto per raccontare, consideratela come fosse una bella favola…
Dei “Dossier” molto interessanti su Agenzia delle Entrate ed Equitalia potrebbero a breve essere rivelati e resi pubblici.

A farlo sono alcuni esponenti del Fondo monetario internazionale e dell’Ocse. Soprattutto questi ultimi, pare che abbiamo preso la cosa davvero sul “serio”, mettendosi in testa di andare a fondo ascoltando tutti coloro che per un motivo o per l’altro hanno avuto a che fare con il braccio armato del fisco.
Ne sono scaturiti due voluminosi dossier. Ma che fine hanno fatto?
Boh???? forse sono stati secretati…. Secretati??! Sì avete capito bene!
In un paese di “cantanti”, quando si parla di fisco, tutti zitti e muti!!!!!

I dossier sono nelle mani di pochissimi: una mezza dozzina di persone al ministero dell’Economia ed un paio di collaboratori del Presidente del Consiglio dei ministri al quale gli è stato spiegato molto bene cosa c’è scritto dentro….
E le sue recenti uscite sulla prossima abolizione di Equitalia, non debbono essere prese solo come l’ennesima trovata elettorale del Governo o dell’opposizione……
Gli analisti dell’Ocse dipingono un quadretto delle nostre agenzie e in particolare dell’attività di riscossione nei confronti dei microcontribuenti da brivido. Lo stesso quadro che migliaia di persone invisibili conoscono bene, ma che la tradizione fiscale “alla Visco” nega da sempre.
Il punto centrale è che negli ultimi quindici anni queste Agenzie hanno concentrato nelle loro mani un potere incontrollabile su tutti; e quando dico tutti, INTENDO TUTTI!!! Alle funzioni di accertare banalmente l’evasione ed eventualmente riscuoterla, hanno sommato un potere, micidiale, di condizionamento delle norme fiscali e di loro interpretazione CHE PUÒ SCHIACCIARE CHIUNQUE!!!
Ora queste cose, oltre che i nostri cari politici, le sanno anche gli analisti internazionali ed alcuni professionisti indipendenti. Anzi sono proprio quegli analisti che hanno recentemente fatto approvare dal G20 la stretta più forte mai fatta contro l’elusione fiscale da parte delle multinazionali (sono le norme “BEPS” sulla erosione ed elusione internazionale delle basi imponibili).
Nel rapporto Ocse si dice che il comportamento dell’Agenzia delle entrate nei confronti delle grandi imprese, nell’accompagnarle al rispetto delle norme, e nella eventuale riscossione dell’evaso è ben fatta, secondo gli standard internazionali. Ciò che proprio non funziona è il resto: presunzioni tributarie sui ricavi, attività di accertamento troppo dure, contenzioso sbilanciato tutto a loro favore.
E per coloro che hanno le capacità di contrastare efficacemente l’azione del fisco, questi ultimi vengono brutalmente eliminati, o almeno ci provano…… 😉
Immaginatevi cosa potrebbe succedere se questi “dossier”, a firma Ocse e Fmi, fossero divulgati durante una delle nostre continue campagne elettorali o referendaria….
I nostri cari politici saranno pure incompetenti, ma di certo non sono sprovveduti.
E lo stesso Renzi, guarda il caso, che ha criticato «il lato oscuro» dell’Agenzia delle Entrate, è stato “redarguito” dalla sua responsabile, la illustrissima Dott.sa Orlandi.
Per alcune settimane sono stati anche sondati alcuni ex dell’Agenzia per sostituire in corsa la Orlandi (nominata però proprio dal premier, su spinta di Visco), ma poi si è deciso di soprassedere: basterà non riconfermarla a scadenza…

Nel frattempo si dovranno riformare le Agenzie.
Quindi, cari amici, sotto lo slogan di abolire Equitalia c’è dunque molto, ma molto di più….
L’obiettivo è quello di ridurre i poteri normativi dell’Agenzia, riportandoli al ministero, e fonderla con Equitalia, unendo così accertamento dell’evasione e riscossione del dovuto.
Tutto questo, per un solo ed unico motivo: tenere segreti i “dossier” con i rapporti sul fisco di Ocse e Fmi di cui TUTTI, MA PROPRIO TUTTI, hanno una gran fottuta paura !!!!! 😀
Un saluto a tutti.

Patrizio

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Matteo De Vita – Il “Founding di Matrice non Bancaria”

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L’essenza della Borsa – Eugenio Benetazzo.

Provate a chiedere ad un vostro conoscente o collega che cosa ne pensa della Borsa in generale o che cosa secondo lui quest’ultima rappresenta. Con grande presunzione vi sentirete dire che è una organizzazione di magnaschei (spazza soldi) concepita per portare via legalmente il denaro alle persone sprovvedute e credulone. Rappresenta secondo taluni pensatori lo strumento per gabbare il gregge dei piccoli risparmiatori ed accompagnarli ignari allo scannatoio (purtroppo). Per la maggior parte delle persone plagiate da una ridondante cultura sinistroide radical chic, la Borsa rappresenta l’arena in cui sguazzano gli speculatori che si arrichiscono grazie alle loro commistioni con le banche d’affari ed i salotti della finanza italiana. In buona sostanza, per provare a condensare tutte queste fuorvianti impressioni, la Borsa è concepita come un luogo astratto in cui si fanno gli interessi sporchi di poche persone, pertanto il tutto produce agli occhi dell’opinione pubblica una connotazione molto negativa. Invero la Borsa dovrebbe essere il cuore del sistema finanziario di ogni paese, una piattaforma di settlement in cui convergono e trovano manifestazione finanziaria gli interessi più nobili per un sistema capitalistico.

Nello specifico consentire a chi ha idee e risorse imprenditoriali di poter ottenere capitali di rischio da chi invece è alla ricerca di forme di impiego e remunerazione del rischio di impresa. In tal senso la Borsa rappresenta una modalità di finanziamento tanto per la piccola quanto per la grande impresa che in questo modo possono staccarsi in misura significativa dal canale bancario tradizionale. In Italia per convinzione popolare si ritiene (erroneamente) che l’accesso al mercato dei capitali di rischio sia consentito solo per le grandi imprese. Di fatto non si è mai sviluppato una cultura finanziaria di matrice anglosassone in cui chiunque avesse merito e credibilità sarebbe stato in grado di riuscire a realizzare le proprie aspettative imprenditoriali grazie al funding di matrice non bancaria. Per provare a spiegare questo ultimo passaggio, considerate che in Italia circa il 90% delle fonti di finanziamento per le piccole e medie imprese è rappresentato dal solo partner bancario, sostanzialmente il ricorso al prestito di risorse finanziarie con istituti di credito. In Europa la media di mercato oscilla tra un 40% ed un 50% a seconda del paese in questione. Pertanto possiamo sostenere con rammarico che il tessuto imprenditoriale italiano è banca-dipendente e questo rappresenta tanto un limite quanto una vulnerabilità.

Ce ne siamo resi conto proprio in questi ultimi anni a seguito del credit crunch: di riflesso inoltre questo assetto finanziario ha finito per danneggiare anche lo stesso sistema bancario italiano che oggi deve fronteggiare i quasi 200 miliardi di sofferenze. L’imprenditore italiano medio, soprattutto quello delle regioni settenrionali, si è sempre distinto per una accentuata vocazione imprenditoriale (desiderio di affrancamento sociale dalla povertà del passato), tuttavia il suo operato è sempre stato caratterizzato da un modesto conferimento di capitali di rischio in quanto per gelosia imprenditoriale si è sempre preferito rivolgersi a partner finanziari esterni (leggasi banca) a seconda delle varie contingenze piuttosto che condividere con altri soggetti l’intera missione imprenditoriale. La gelosia della propria impresa ha prodotto nel tempo anche quei fenomeni di mercato che si sono dimostrati operatori di eccellenza cui tutto il mondo guarda nel tentativo di replicare il loro modello di business. Per uno che che ce la fa grazie alla peculiarità della sua impresa, ve ne sono altri cento che rischiano di soccombere se non ristrutturano finanziariamente la propria azienda. L’Italia ha sviluppato con questo modus operandi negli ultimi 50 anni un capitalismo cosidetto familiare o di relazione ovvero un modello di sviluppo e sostegno d’impresa in cui solo le “grandi famiglie” riescono ad accedere a corsie preferenziali per l’accesso al credito nei confronti dei vari partner bancari.

La nuova rivoluzione industriale che stiamo vivendo (web 3.0 e globalizzazione) impone che anche i piccoli imprenditori mutino profondamente il loro approccio al mercato dei capitali di rischio, abbandonando “mamma banca” come unico interlocutore finanziario ed aprendosi alle potenzialità che oggi offrono il mercato dei capitali non convenzionali come il crowd funding e gli AIM (Alternative Investments Market) gestiti dalle varie piazze finanziarie. Su questo punto comunque in Italia è necessario un repulisti che ridisegni completamente la fiscalità per i soggetti che apportano capitali di rischio all’interno delle PMI, diventa infatti controproducente per la stessa salute dell’economia reale una tassazione come quella attuale al 26% sugli strumenti finanziari in genere. Un paese come l’Italia, ad elevata vocazione microimprenditoriale, dovrebbe a tal fine incentivare mediante ingenti sgravi fiscali chi decide di investire direttamente in imprese già esistenti tanto quanto di nuova costituzione (start-up e private equity). Questo consentirebbe di ricreare le condizioni per sviluppare in pochi anni un fiorente mercato dei capitali di rischio che possa far da volano alle PMI e consentire alle stesse di potersi sganciare dal mondo bancario tradizionale. Al momento nessuna forza politica ha in programma una rivoluzione fiscale in tal senso: oltre alla politica industriale manca interamente anche quella di sostegno finanziario e fiscale alle PMI.

La Finanza nel 2015

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di Eugenio Benetazzo

Mettendo in archivio ormai il 2014 come un anno ibrido sui mercati finanziari in cui si sono manifestati nuovi focolai di tensione finanziaria e geopolitica e in cui si intravedono all’orizzonte nuove pericolose nubi, proviamo a fare un quadro sulle aspettative e sulle possibili novità che ci potrebbe portare il 2015. Partiamo con il ricordare che durante il nuovo anno avremo modo di conoscere finalmente la vera essenza e carattere di alcune banche centrali. Tanto per iniziare quella inglese e quella statunitense dovrebbero dare avvio ad una nuova fase di rialzo dei tassi con le ovvie conseguenze che questo avrà soprattutto sugli investimenti obbligazionari. Lo sharp rise (rialzo morbido, senza strapponi) rappresenta il consensus atteso per le comunità finanziarie, tuttavia sorprese sono dietro l’angolo. Le due altre banche centrali, quella giapponese e quella europea, giocheranno invece un ruolo quasi contro corrente a fronte della dichiarata divergenza di politica monetaria rispetto agli USA. In particolar modo la BCE dovrà definitivamente esporsi con interventi non convenzionali, sempre che vi sarà ancora Mario Draghi alla sua guida e quest’ultimo invece non abdichi per divergenze interne insanabili, preferendo ricoprire un altro ruolo di prestigio istituzionale quale quello di nuovo Presidente della Repubblica in Italia (ipotesi effettivamente possibile a fronte delle tensioni che iniziano a manifestarsi all’interno del Consiglio Direttivo dell’autorithy monetaria europea).

A riguardo ricordiamo che proprio la BCE risulta l’unica banca centrale dei paesi sviluppati che abbia ridimensionato sensibilmente il proprio attivo patrimoniale, quando le tre sorelle invece lo hanno massivamente aumentato (il Giappone oltre ogni ragionevole soglia). L’Eurozona continua ad essere il malato immaginario di tutta l’economia occidentale, caratterizzata da una incapacità interna di ridurre l’indebitamento medio del settore pubblico (con l’Italia in testa a tutti). La crescita statunitense è stimata ad un 3% (valore non particolarmente entusiasmante per quanto hanno sino ad oggi hanno fatto gli USA), mentre quella europea dovrebbe superare mediamente il livello di un punto e mezzo. Sempre che le tensioni geopolitiche e geoeconomiche che stanno caratterizzando il mondo intero, Russia, Venezuela e di nuovo la Grecia, non diventino il trigger che innescherà una nuova grande crisi finanziaria internazionale proprio sul mercato del debito sovrano. Su questo punto il 2015 ha comunque notevoli probabilità di riuscire nell’impresa. Rimane pacifico comprendere come in sei anni non si è fatto altro che spostare i problemi da risolvere sempre in avanti confidando che in qualche modo la crescita economica si manifestasse e quindi aiutasse a ridimensionare le preoccupazioni delle autorità sovranazionali.

L’Eurozona potrebbe ritrovarsi tra un anno in piena stagnazione, complice la debolezza cinese ed insormontabili conflitti di governance interna di alcuni paesi come il nostro e la Francia che continuano a prendere tempo. Proprio un nuovo shock finanziario infatti potrebbe produrre manovra di risanamento obbligate in quanto nazioni come quella italiana e francese non sono al momento in grado di reggere ad un nuovo shock esogeno sui mercati finanziari. In questo momento sta facendo da ammortizzatore endogeno di competitività e produttività proprio il rapporto di cambio tra la moneta unica ed il biglietto verde. L’America sta di fatto aiutando – direi volontariamente – l’Europa grazie a questa rivalutazione forzata del dollaro, con target un possibile livello di 1.15. Tale contropartita sta reggendo al continuo e sempre più preoccupante rallentamento cinese che produce pertanto un minor riverbero alle esportazioni europee: vi rimando ad un precedente post che analizzava la salute del sistema bancario cinese. Infine rimane tuttora scottante lo scenario possibile sull’evoluzione del prezzo del petrolio, quest’ultimo infatti in caso di ulteriore discesa e duratura permanenza ai livelli attuali mette a rischio di default finanziario gran parte dell’industria statunitense di estrazione dello shale oil & gas, che è comunque direttamente responsabile proprio della iniziale discesa del prezzo del greggio.

Per chi mi scrive percependo, impaurito, la consistenza di questi rischi e dei loro possibili effetti sui portafoglio a sola componente obbligazionaria mi sento di abbracciare questa loro preoccupazione ed evidenziare come inesorabilmente il 2015 sarà caratterizzato da notevole volatilità, tanto per l’azionario quanto per l’obbligazionario. Purtroppo protezioni o soluzioni che rendano indenne integralmente il proprio portafoglio non ne esistono: l’unica è rappresentata dalla detenzione di sola liquidità in attesa di momenti migliori, che tuttavia vi espone ad altri rischi (mancanza di proventi per il periodo in questione e nuove turbolenze che potrebbero caratterizzare le grandi banche europee ed a cascate quelle più piccole). Evitate pertanto l’accentramento delle vostre disponibilità nei confronti di un solo istituto, magari con discutibile o modesta solidità patrimoniale. In tal senso avrebbe molto più significato una esposizione con fondi obbligazionari dinamici e flessibili che investono in diverse classi di attivo, suddivise a loro volta per rischio emittente, rischio valuta e rischio paese in grado di generare periodicamente income (flusso cedolare mensile o trimestrale). Per chi ne ha fatto richiesta specifica anche quest’anno è stato redatto il nuovo report finanziario Active & Global 2014 dedicato a chi vuole approfondire i rischi e le migliori opportunità delle investment house mondiali. Con l’occasione un augurio di serenità per le imminenti festività natalizie e buoni investimenti a tutti i lettori del portale.

Piazza Affari in Netto calo. Vietate vendite di Azioni Mps.

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di Antonella Olivieri

Gli stress test sono andati meglio del previsto (alle banche europee mancano “solo” 10 miliardi per mettere in regola il patrimonio in caso di scenario avverso) ma l’economia reale continua ad andare male e a non dare segni di vitalità. Ce lo dice l’indice Ifo (che misura la fiducia delle imprese tedesche) pubblicato questa mattina. A ottobre è arretrato a 103,2 punti contro i 104,7 punti di settembre. Il calo è superiore all’attesa discesa a 104,3 punti. L’indice sulla situazione attuale scende da 110,5 a 108,4 punti e quello sulle aspettative arretra da 99,3 a 98,3 punti, contro gli attesi 98,9 punti.

La reazione delle Borse Dopo un’apertura in netto rialzo le Borse europee hanno azzerato i rialzi mentre Piazza Affari scivola in territorio negativo, su cui pesano anche i forti cali delle bocciate Banca Mps (da due settimane è il titolo che balla di più a Piazza Affari) e Carige che dovranno indicare entro 15 giorni un piano per trovare (nei prossimi 6-9 mesi) rispettivamente 2,1 miliardi e 884 milioni (gli ammanchi di capitale emersi dagli stress test). Ma girano in rosso anche i titoli promossi. Dopo un iniziale +7% azzera i guadagni Banco Popolare che in mattinata ha incassato un «buy» da parte degli analisti di Ubs.

La Consob vieta vendite allo scoperto su Mps Per arginare la speculazione ribassista la Consob ha deliberato il divieto di vendite allo scoperto di azioni Mps con effetto immediato per il resto della seduta di oggi e per l’intera seduta di domani. Lo comunica una nota della Commissione che ha assunto la decisione valutando la variazione del titolo nelle prime ore di negoziazione all’indomani dell’esito del test Bce e ha ritenuto che non si possano escludere «fenomeni speculativi ribassisti» sulle quotazioni di Monte dei Paschi di Siena. Al momento le azioni Mps sono in asta di volatilità’.L’ultimo prezzo segnato è 0,8245 euro per un calo del 17,55%.

WIDIBA c’è

Widiba

Fonte MPS

Con Widiba nasce il modo di pensare con gli strumenti di oggi alla banca di sempre: dal 18 settembre la piattaforma sarà live per 15 giorni in via esclusiva e riservata per coloro che hanno contribuito a costruirla


Widiba, la nuova banca diretta del Gruppo Montepaschi di Siena, debutta sul mercato dopo 12 mesi esatti dalla scelta del nome. Widiba, un acronimo (WIse-DIalog-BAnking) ideato, prodotto e condiviso dal mercato, che esprime appieno il dna della nuova iniziativa.

Il progetto della nuova banca – Capitolo strategico del Piano Industriale del Gruppo MPS, Widiba trova la sua ispirazione nella volontà di massimizzare i valori già presenti della promozione finanziaria con l’eccellenza di una piattaforma moderna, sintesi delle migliori esperienze del mercato e, spesso, anticipatrice di nuove soluzioni.
“Nei prossimi dieci anni potremo assistere ad un remix delle quote di mercato e ad una nuova simmetria nel rapporto banca-cliente” – afferma Fabrizio Viola – Amministratore Delegato di BMPs e Presidente di Widiba. “Gli istituti finanziari devono essere sempre più reattivi e pronti a intercettare le esigenze e i nuovi comportamenti dei clienti, basati su format digitali e di consulenza finanziaria all’avanguardia per contenuti e modalità di erogazione. Ciò vale sia per i modelli di banca fisica territoriale che per quelli diretti”.
Per ridefinire gli standard del nuovo modello distributivo, in Widiba la proposta digitale sarà integrata ad una componente ad alto contenuto relazionale: una piattaforma funzionale, per la parte del mercato che sceglie una gestione autonoma, e strumentale, per coloro che cercano assistenza e consulenza finanziaria attraverso la rete dei promotori.

La co-costruzione di Widiba – Le caratteristiche della nuova Banca sono il frutto dell’impegno di tutta la comunità che ha lavorato coadiuvata dal team interno.
Widiba, infatti, esiste già da 11 mesi e 29 giorni come spazio condiviso da oltre 115 mila utenti e 700 Personal Advisor in rappresentanza di circa 100.000 clienti. Un lavoro che ha prodotto 3.500 proposte: nuovi prodotti e servizi, nuovi modi di confezionarli, viverli e soprattutto capirli.

“Siamo in un’epoca in cui il prodotto non riveste più un ruolo esclusivo e da protagonista ma si completa con il percorso dell’esperienza e del servizio, in particolare per noi, che siamo banca” – afferma Andrea Cardamone, CEO di Widiba. “L’obiettivo di Widiba è integrare questa tendenza anche nel settore finanziario per garantire che la gestione del denaro diventi sempre più un percorso guidato da processi, agevolati dalla tecnologia, e da professionalità e competenze della squadra dei consulenti finanziari”.

Banca Widiba – Una strategia, quindi, che è stata direttrice della progettazione e realizzazione.
Tra i molti aspetti distintivi:

  • la competenza e la preparazione di 700 promotori finanziari e 145 servizi operativi;
  • una piattaforma aperta e a garanzia di scelte di investimento personalizzato;
  • un sistema di responsive tecnologico, per la fruizione su tutti i dispositivi mobile e tablet, e “individuale” per le dinamiche di customizzazione progettate;
  • un linguaggio chiaro ed immediato in linea con i più recenti indirizzi dell’ABI;
  • italiano, francese, inglese, spagnolo, portoghese, rumeno, russo, arabo e cinese, per accogliere l’internazionalità del nostro Paese;
  • modalità di interazione e comunicazione coerenti con gli schemi del dialogo moderno

A supporto degli organismi amministrativi, presieduti da Fabrizio Viola e guidati operativamente da Andrea Cardamone, un Customer Team, organo consultivo previsto dallo statuto di Widiba. Composto da cinque membri, scelti all’interno della community e nominati online dagli stessi utenti, lavorerà insieme al CDA della Banca per continuare a restituire il valore concreto che nasce dalla partecipazione e dell’ascolto.

Widiba sarà live dal 18 settembre, in esclusiva per 15 giorni, per le 230.000 mani che hanno contribuito in questi mesi alla nascita della banca che non c’era, per essere poi disponibile a tutti coloro che saranno pronti a diventare clienti di un modello di banca volto all’eccellenza della tecnologia e degli uomini.

Pil, altra batosta: l’Fmi taglia le stime Promosso il Jobs Act: “Spirito giusto”

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Rivista al ribasso la crescita dell’Italia, superata da Spagna e Grecia. Frena l’eurozona, appello alla Bce: “Rischio recessione, acquisti Abs”

 

Il Fondo monetario internazionale rivede al ribasso le stime di crescita per l’Italia nel 2014 e nel 2015. Il Pil calerà quest’anno dello 0,2% (-0,5 punti percentuali rispetto a luglio) e tornerà positivo nel 2015 con +0,8% (-0,3 punti rispetto a quanto stimato). Il -0,2% del 2014 segue il -2,4% del 2012 e il -1,9% del 2013. Fanno meglio Spagna (+1,3% nel 2014 e +1,7% nel 2015) e Grecia (+0,6% nel 2014 e +2,9% nel 2015).

Debito in aumento – Se il Pil cala, il debito cresce. Quest’anno, secondo il Fondo monetario, toccherà il 136,7% del prodotto interno lordo, in aumento rispetto al 132,5% del 2,13. Nel 2015, però l’attesa inversione di rotta: debito al 136,4%, per scendere poi al 125,6% nel 2019.

Disoccupazione sopra la media Ue – Brutte notizie anche sul fronte lavoro. Il tasso di disoccupazione in Italia si attesterà quest’anno al 12,6%, per poi scendere al 12% nel 2015. Il dato è superiore alla media dell’area euro: 11,6% nel 2014 e 11,2% nel 2015. Spagna e Grecia fanno peggio: i loro tassi di disoccupazione resteranno sopra il 20% sia nel 2014 sia nel 2015.

“Bene il Jobs Act” – Se i dati non sembrano positivi, gli sforzi del governo sono invece accolti dall’Fmi con ottimismo. Promosso, in particolare, il Jobs Act: “Mi piace lo spirito della riforma del lavoro italiana: la dualità del mercato è un grande problema, crea due classi di cittadini e questo non è desiderabile”, afferma il capo economista del Fondo monetario, Olivier Blanchard, secondo cui “il contratto unico è la strada da seguire”.

Frena l’eurozona, rischio recessione – Non solo le stime del Pil italiano sono state riviste al ribasso. Secondo l’Fmi l’intera eurozona crescerà meno del previsto: +0,8% quest’anno (-0,3% punti percentuali rispetto alle previsioni di luglio) e un +1,3% nel 2015 (-0,2 punti). Per l’organizzazione, sono aumentati i rischi di recessione per Eurolandia e resta il rischio di deflazione oltre a quello di stagnazione.

Persino la Germania, motore del Vecchio continente, non sembra in gran forma: il pil tedesco crescerà nel 2014 dell’1,4% e nel 2015 dell’1,5%, rispettivamente 0,5 e 0,2 punti percentuali in meno rispetto alle ultime previsioni. L’economia francese, invece, si espanderà quest’anno dello 0,4% (-0,4 punti) e il prossimo dell’1,0% (-0,5 punti).

Appello a Bce: “Acquisti Abs” – “Se l’outlook dei prezzi non migliora, la Bce dovrebbe fare di più, incluso l’acquisto di titoli di Stato”. E’ quanto afferma il Fondo monetario prevedendo un’inflazione allo 0,5% quest’anno e allo 0,9% nel 2015. “Può fare la differenza il piano per l’acquisto di Abs da parte di Francoforte. In Europa c’è un problema di credito per le piccole e medie imprese. E un mercato buono e salutare degli Abs può aiutare, afferma Blanchard.

“Avanti con le riforme” – Appello finale ai singoli Stati dell’Ue: “Nell’area euro c’è bisogno di riforme strutturali per la crescita, soprattutto quelle mirate ad affrontare l’elevata disoccupazione. Per ridurre la disoccupazione giovanile sono necessarie misure specifiche per ogni paese”, avverte l’Fmi.

Promossi Regno Unito e Usa –
Gli unici sorrisi, seppur lievi, dispensati dal Fondo monetario sono per Regno Unito e Stati Uniti: “Usa e Gran Bretagna si stanno lasciando la crisi alle spalle e centrando una crescita discreta”, conclude Blanchard, sottolineando che il loro potenziale di crescita resta comunque inferiore agli inizi del 2000.

Fideuram, riorganizzazione private e asset management al via

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di Francesca Vercesi

IN MANOVRA SUL PRIVATE BANKING E SULL’ASSET MANAGEMENT – Pare che stia per prendere forma il progetto del polo di private banking più grande d’Europa, già annunciato a fine marzo 2014. Una strategia finanziaria e industriale di grande respiro che prevede l’accorpamento di Banca Fideuram, Fideuram Investimenti e Intesa Sanpaolo Private Banking. Inoltre, il piano triennale presentato da Ca’ de Sass prevede anche la creazione di un polo dell’asset management tramite l’integrazione di Fideuram Asset Management Ireland nel gruppo Eurizon Capital. E su questo punto c’è dinamismo sul fronte delle nomine.

UN MANAGER IN ARRIVO IN EURIZON CAPITAL
– Ecco che, secondo quanto risulta a BLUERATING, dovrebbe raggiungere Eurizon Capital una manager dalla forte esperienza, Rosa Fogli, che lascerebbe così Ubs Global Asset Management dove ricopre la carica di executive director. Secondo gli obiettivi, la nuova realtà della galassia Intesa punta ad avere masse gestite per 295 miliardi di euro nel 2017 dai 221 miliardi del 2013 e un grado di penetrazione dei fondi comuni sulla clientela in crescita al 25% dal 19%. Il polo dell’asset management fungerà tra l’altro da supporto alla crescita del polo del private banking, attraverso il rafforzamento del presidio commerciale e il potenziamento della gamma prodotti.

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